Il saggio “Burlesque. Quando lo spettacolo diventa seduzione”

“Vi racconto il Burlesque, manifesto dell’imperfezione”

Tra l’esecuzione di un compito e una cosa fatta compassione, c’è la stessa differenza che corre tra un libro didascalico e uno fatto bene. Appartiene alla seconda specie “Burlesque – quando lo spettacolo diventa seduzione” (Castelvecchi editore, 25 euro), saggio divertente e certosino di Lorenza Fruci – giornalista e scrittrice romana –  che presenterà al Circolo degli Artisti di Roma il 6 febbraio.
Dove inizia tutto?
Ho visto per la prima volta uno spettacolo al Napoli Teatro Festival nel 2008 e me ne sono innamorata. Prima non ne conoscevo l’esistenza.
Quindi Roma e i suoi templii del genere come il Micca Club non c’entrano nulla?
No, in realtà è molto tempo che ci lavoro e almeno due anni che cercavo una  casa editrice. Con l’ondata di “moda” poi, è stato più facile trovare terreno fertile.
Una ricostruzione storica che parte da molto lontano.
Sì. Il Burlesque nasce alla fine dell’Ottocento in Inghilterra, ma  il New Burlesque americano è  rinato negli anni Novanta.
Quindi non proprio ieri.
No, affatto. E molto ha fatto una veterana del Burlesque, Jennie Lee, che volle trasformare il suo ranch in California in un museo che raccogliesse il materiale originale degli anni Venti del Novecento, quelli in cui lei era una ballerina di fila del genere. Il Burlesque in America è come il varietà per noi, fa parte della cultura a pieno titolo.
E l’Italia come lo vive?
Ogni paese l’ha interiorizzato a suo modo: in Germania è più gothic, in Francia ha lo stile che si riflette in  Dita Von Teese. In Italia… ecco, non s’è ancora capito. Diciamo che non abbiamo un carattere.
Figurarsi… E le Sorelle Marinetti, che ha citato?
Le ho inserite come degna “contaminazione”, perché in loro c’è la componente del travestitismo. A dire il vero esiste anche il boylesque…
Il cosa?
Gli uomini che si sono dedicati al burlesque, che io definisco un’arte performativa che mette in sceno lo strip, mai integrale  sotto forma di parodia.
Ha senso secondo lei?
Difficile a dirsi. Gli uomini hanno un doppio rischio: da un lato possono scadere più facilmente nella volgarità, dall’altro nella  comicità. Ma ci sono performer bravissimi e sono sicura che sia un’opportunità di business che non si faranno sfuggire.
Perché scrive che le donne, del burlesque, “ne avevano bisogno”?
Perché il modello di femminilità a cui siamo sottoposte è quello di donne sexy e bellocce che si prendono molto sul serio. Il modello dei mass media, senza fare generalizzazioni e con tutto rispetto. Siamo cresciute – almeno la mia generazione della fine degli anni ’70 primi ’80, a disagio con i modelli proposti. E invece prenda Dirty Martini: diciamocelo, è parecchio “piena”, eppure rappresenta le  caratteristiche di tutte le performer del genere: coraggio, ironia, spregiudicatezza. Per quanto esistano “correnti” della bellezza impeccabile alla Dita Von Teese, il burlesque è il manifesto dell’imperfezione. Perché la bellezza sta anche lì.

Diletta Parlangeli DNews 04/02/2011

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