Filosofia del Burlesque #08 – Grazie bigotti!

di Paolo Bianchi
Nell’ultimo editoriale ho avuto modo di puntare il dito verso quei bigotti che si nascondono tra gli appassionati di burlesque se non, addirittura, tra le performer. Questo, tuttavia, non significa che il mondo del burlesque non debba in qualche modo essere persino grato ai bigotti, a quelli veri e onestamente schietti nel loro bigottismo.
Il burlesque conta due protagonisti principali: due categorie che hanno concorso alla sua definizione storica e alla sua iconologia classica: le performer, da un lato, e gli impresari, i manager e i proprietari o gestori di locali, dall’altro. Queste due anime corrispondono, in sostanza, al desiderio di apparire e di provocare, di fare arte e di divertire, di mostrarsi e di dimostrare a se stesse proprio delle performer e, dall’altra parte, all’interesse principalmente di fare business proprio di impresari e simili. La tensione verso l’alto narcisistico delle prime, l’interesse verso la bassa e materiale concretezza economica dei secondi. Queste due tendenze diverse, ma conciliabili, hanno di fatto definito ciò che il burlesque è stato e ciò che il burlesque è e sarà. Cosa piace di più al pubblico? Cosa fa riempire la sala? Come si fanno i soldi con questa roba!? Se credete che queste siano solo delle domande volgari ed estranee all’arte, e all’arte del burlesque, allora siete probabilmente degli ipocriti, nel migliore dei casi, o, peggio, dei superficiali. Il sogno di diventare diva, la bambina che si trucca e si concia davanti allo specchio grande di casa non è nulla e non determina il burlesque se non c’è anche chi aggiusta via via il tiro alla struttura degli interi show per rientrare nelle spese o per fare sempre più soldi. Non ritengo si possa affermare che un impresario come Florenz Ziegfeld Jr. sia meno importante, per la storia del burlesque, di una grande diva del genere come, ad esempio, Gypsy Rose Lee.
Mi viene in mente un passaggio della recente lettera inviata da Bob Dylan, in occasione della cerimonia per il premio Nobel, in cui riferendosi a William Shakespeare ha scritto:
La sua visione creativa e le sue ambizioni erano senza dubbio in cima ai suoi pensieri, ma c’erano anche le questioni più banali da affrontare. “Il finanziamento è a posto?” “Ci sono abbastanza buoni posti a sedere per i miei finanziatori?” “Dove posso procurarmi un cranio umano?” Scommetto che la cosa più lontana dalla mente di Shakespeare era stata la domanda: “È letteratura, questa?”
Ma in tutto questo, cosa c’entrano i bigotti? C’entrano eccome! Se non fosse stato per loro, per le loro vergogne, per i loro complessi e per le loro opinioni, le performer di burlesque non si sarebbero mai dovute inventare gli splendidi e fastidiosi pasties per coprire i capezzoli, e mai si sarebbero accompagnate con fantastici grandi ventagli di piume per coprire i loro nudi integrali. Tutto nasce dallo scontro, sosteneva Eraclito, e se non fosse per la continua dialettica tra le sognanti ragazze e i concretissimi impresari, ma soprattutto per l’incessante scontro tra questi attori pro-burlesque e i bigotti, investiti in alcuni casi del potere politico di imporre restrizioni e censure, il burlesque sarebbe qualcosa di diverso, non sarebbe quello che è e che in molti amiamo. Per questo dico grazie bigotti!

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