Filosofia del Burlesque #10 – Come il peperoncino

di Paolo Bianchi
Chi apprezza appena il peperoncino è concentrato a valutarne la sola piccantezza, corrispondente al livello di capsaicina contenuta nel peperoncino stesso. Esiste la scala di Scoville, che è una scala di misura della piccantezza dei peperoncini: essa ci indica che un peperoncino calabrese si attesta a una gradazione di piccantezza compresa tra i valori 15.000 e 30.000, e che un peperoncino habanero, invece, raggiunge una piccantezza valutabile, in gradi Scoville, tra i 100.000 e i 350.000: fino a ventitré volte un calabrese. Questo fa a dire a chi apprezza solamente – e superficialmente – i peperoncini, che l’habanero è “superiore” al calabrese. Questo modo di pensare non ha senso coi peperoncini, figuriamoci con il burlesque! Non ha senso per due ragioni: la prima, ovvia, è che il termine ‘troppo’ ha in sé un’accezione negativa e che il giusto, il bello e il buono abitano lì dove c’è equilibrio. Questa prima considerazione, tuttavia, non ci sgancia ancora dalla fissa di considerare solamente la variabile piccantezza.
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Per la seconda ragione ci è ancora utile l’esempio dei peperoncini e di chi li ama: chi, infatti, è vero cultore del peperoncino ha sviluppato – con la pratica e soffrendo un po’ – la capacità di andare oltre la mera piccantezza e sa finalmente apprezzare il gusto, l’aroma segreto del peperoncino. Chi fa questo, chi ha compreso ed è uscito dalla “profanità della mera piccantezza” non ammette nemmeno il confronto tra un piccantissimo ma discutibile habanero e un meno piccante, ma meravigliosamente buon peperoncino calabrese! Con il burlesque è la stessa cosa: chi si ferma a guardare alla “piccantezza” della donna in scena che esegue il suo act, chi si lascia ancora distrarre dalle forme ostentate o sapientemente e sensualmente offerte agli occhi degli spettatori – e all’inizio è assolutamente normale esserne distratti! – non è ancora in grado di apprezzare l’autentica qualità di una routine e della performer: non sa ancora cogliere il suo aroma. Non solo un’artista può essere volgare, ma anche un pubblico può esserlo: chi non ha neanche intenzione di imparare a cogliere l’aroma e il sapore tipico del burlesque se ne vada tranquillamente a spogliarelliste! Solo col tempo, con la pratica e con la perseveranza sarà possibile, dalla rossa poltrona della platea, diventare cultori del burlesque. Raggiunto quel livello, credetemi, alle forme femminili non ci si farà neanche più caso. O quasi.

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