Filosofia del Burlesque #11 – Filosofia del guanto

di Paolo Bianchi
Un tempo, decenni, secoli fa, vedere una donna che si toglieva un lungo guanto mostrando mano e braccio nudi poteva risultare erotico, eccitante, ma oggi forse non è più così. Di fatto vediamo nudo ovunque, ogni giorno, e pensano quindi in molti: “Cosa c’è di erotico nel vedere una donna che, semplicemente, si toglie un guanto!?”. E se poi lo fa con quello sguardo esasperatamente intrigante come a voler dire: “Attenti! Che sto per togliermi un guanto!”, il tutto, effettivamente, risulta piuttosto ridicolo.
Ma uno dei momenti topici dello strip nel burlesque, tuttavia, è proprio quando ci si toglie i guanti: in fondo è un classico, è tradizione.
Solitamente le cose vanno così: ci si allenta due o tre dita, si sfila tirando con gli incisivi che afferrano all’altezza del medio, poi c’è la strusciata del guanto sulla parte alta delle tette, due o tre giri dello stesso tenuto per una mano e via a terra! Tanto poi ci pensa la stage kitten…
Ah! Ovviamente in tutto questo c’è tanto tanto teasing: quello sempre!
Il mostrare una mano nuda, se ne cogliamo il puro aspetto fisico, materiale, può avere in effetti ben poco di erotico: non è infatti altro che svelare qualcosa che è naturalmente nudo: vediamo di continuo mani nude e teniamo per la maggior parte del tempo nude le nostre stesse mani. Ma, a ragionare così, non ci si può approcciare a una cosa raffinata, cerebrale, carnale, ma anche simbolica come è l’arte del burlesque.
Il guanto, infatti, è in se stesso un eccezionale strumento di teasing: è eleganza, distacco dalle cose. Può essere candore e nero peccato, lucente o invisibile; è efficacissimo strumento di vanità, in quanto copre la parte del corpo, insieme al collo, che più di ogni altra tradisce l’età di una donna. Non ci si spoglia mai così tanto come quando ci si toglie un guanto.
Togliere i guanti significa scoprire la mano, che è la parte del corpo che più di tutte tocca, che più di tutte governa le sensazioni tattili. E mentre allo spettatore non è concesso altro che godere di ciò che si vede e dello sguardo penetrante della performer, il tatto gli è profondamente negato dalla quarta parete teatrale. Allo spettatore non resta che sognare: sognare di poter toccare quel che mai toccherà, sognare di essere toccato da quelle mani, che sono i più pericolosi strumenti di cui Eros dispone, che sono, allo stesso tempo, l’accessorio più facile e il più difficile: il più innocente, il più peccaminoso.

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