Filosofia del Burlesque #12 – Filosofia del Glitter

di Paolo Bianchi

Il termine lussuria deriva dal Latino luxuria, che ha in sé la parola lux, luce. Lussuria significa sia esuberanza di appetiti sessuali che esuberanza di vegetazione, e questo perché la vegetazione cresce in quantità e salute lì dove c’è luce.
C’è un elemento di cosmesi caratteristico del burlesque che rende tutto splendidamente luminoso: sono quei piccolissimi frammenti di iridescenti metalli e ossidi, come alluminio, ossido di ferro, diossido di titanio, che concorrono a un effetto sbrilluccicoso che si manifesta in ogni parte che ne è invasa: è il glitter.
Il tratto di terra che, baciato dal sole, è fertile, così come lo spiraglio di sfogo erotico incastonato nel piattume quotidiano, sono momenti, tratti, sprazzi di luce avvolti dal buio. Allo stesso modo il burlesque è arte che si manifesta di notte, è luce teatrale che compare nel crepuscolare abbandono. La sala è buia e precise luci illuminano la performer, allo stesso modo il glitter trasforma il corpo dell’artista in un corpo luminoso, con luci che vincono il dolore dell’irrealizzato: con impercettibili punti di luce, così impercettibili da non mostrare altro che la luce stessa, il ché li differenzia dalle pailettes. Il glitter tocca il corpo – e a causa della forte colla è una fatica levarlo via! – è pura luce e niente altro, e a differenza degli ordinati lustrini – che non sono cosmesi, ma costume, e che assimilo per il solo luccichio – il glitter si presenta disordinato, caotico, come la luce che a sprazzi illumina i fortunati lembi di terra, come lo spirito dionisiaco che pervade e invade la mente e il corpo quando si è assorti in un pensiero erotico o in intuizione creativa, come la freccia di Eros che va lì dove non possiamo prevedere né immaginare.
Il glitter non è quindi semplicemente luce, ma è luce nel buio, luce dal buio. Così come il godimento sprigiona da qualcosa, evade da un ostacolo, si libera e risplende. Nulla come il glitter è simbolo di vanità e di libertà, è superficialità ricercata per il troppo dolore che scaturisce dal buio profondo. E’ simbolo della necessità artistica stessa, è liberazione di cui la donna in scena si ricopre e si colora, e dispiace sempre un po’ quando si deve togliere il glitter, perché significa togliere la più luminosa e invisibile delle maschere, per tornare a ricoprirsi di grigio, per tornare nel buio.
Labbra, unghie o un’intero corpo di donna glitterati sono simili e un cielo stellato: nulla c’è di più disordinato, ma nulla di più armonico. Come questo sia possibile è un inviolabile mistero. Scrisse Kant “Il cielo stellato sopra di me, la legge morale dentro di me”: il mistero del glitter ha a che fare col cielo stellato, che ne pare cosparso, e con il mistero della nostra interiorità, è un enigma evidente, un qualcosa di tanto palese quanto ineffabile.
Chi, nel burlesque, si mette un po’ di glitter soltanto perché “nel burlesque si usa”, rimarrà sempre spettatrice, chi lo mette perché “il pubblico lo vuole” è già performer, ma solo chi lo mette per se stessa, perché la maschera di luce ricopra e invada il suo corpo, è davvero artista.

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