Filosofia del Burlesque #13 – Il nome d’arte

di Paolo Bianchi
Quando i cardinali si riuniscono in conclave, nella Cappella Sistina, per eleggere il nuovo pontefice, lo stesso viene condotto nella celebre stanza delle lacrime – chiamata così per ovvie ragioni – dove il nuovo vescovo di Roma viene vestito candidamente, prima del tradizionale habemus papam, e dichiara il suo nuovo nome.

Il nome da papa non è certamente un nome d’arte, non essendo il papa un artista, c’è però qualcosa che accomuna profondamente tale pratica alla scelta di un nuovo nome da parte di colei che si fa performer di burlesque.

Quando Jorge Mario Bergoglio è stato eletto papa si è infatti consumata una iniziazione: egli è allegoricamente morto in quanto Mario Bergoglio e rinato come Francesco. Commettono infatti un gravissimo errore i giornalisti e i vaticanisti che scrivono o dicono “papa Bergoglio” oppure “papa Ratzinger”, perché trascurano appunto la valenza iniziatica del cambio di nome: che è nuovo inizio di nuova identità. Lo stesso vale per i frati, i monaci, per gli iniziati di altro genere e per certi artisti, tra cui le performer di burlesque.

Dev’essere perciò viva la consapevolezza della profonda responsabilità che la scelta del proprio nome d’arte implica per tutte le performer o aspiranti tali.
Il nome d’arte è universale: si usa in tutto il mondo e accomuna parimenti le grandi professioniste e le allieve, le performer navigate da coloro che lo fanno “per gioco”, e reca con sé indizi, significati, contenuti.
Un nome d’arte che è abbastanza simile al proprio nome di battesimo, come una Fanny Damour / Floriana D’ammora, può forse significare che la distanza tra l’artista e la donna fuori dal palco è in fondo lieve, velata, sottile; altrove si può trovare il gioco di parole: come nella stessa Dita von Teese / to tease; un nome come Scarlett Martini reca in sé emblemi d’infanzia e di gioco e il brand di una bevanda dell’età matura: la sessualità adulta e dionisiaca, quindi, unita all’innocenza infantile; Grace Hall, nome ricevuto dalla madre in sogno, riporta ad una classicità elegante, raffinata, antica; Sophie d’Ishtar, esotico come un nome d’arte di burlesque dev’essere, è però allo stesso tempo particolarmente originale e atipico anche per l’ambiente burlesque stesso: un suono graffiante come l’anima dell’artista che lo “indossa”. In alcuni casi oltre a rispettare la somiglianza col proprio nome anagrafico, si intende riportare in sé anche le “origini” di altre arti, di altre esperienze pregresse: è ad esempio il caso di Amira Rose, giovane artista partenopea, che nel suo nome d’arte riporta sia i tratti del suo nome di battesimo che la sua esperienza con la danza del ventre, che risuona nell’arabo nome Amira, ben diffuso tra le belly dancer.
Un caso particolare, tra le artiste italiane, è certamente quello di Albadoro Gala: è un nome d’arte, diverso dal suo nome anagrafico Angelica, ma è tuttavia il nome anagrafico di un’altra persona, e non di una persona qualsiasi. Come raccontato dalla performer stessa in più di una intervista Albadoro Gala è il vero nome della madre dell’artista Albadoro Gala. Questo caso particolare ci offre spunti di riflessione: è nome d’arte, è quindi un cambio di nome e c’è la valenza iniziatica, ma è anche un nome vero, di una donna che non abita l’immaginario, ma che esiste nella realtà concreta e, in particolare, è il nome della madre di Angelica, ovvero della persona che con ogni probabilità ha rappresentato la prima idea archetipica del femminile agli occhi della piccola Angelica, futura Albadoro. Vi è quindi una contraddizione – nel senso buono, dove vi è arte abita sempre la contraddizione – tra la modifica iniziatica e la riconferma identitaria, addirittura di sangue, in questo specifico caso.
Albadoro Gala
Come visto, dietro alla scelta di un nome d’arte si cela sia la libertà tipica del burlesque che la canonicità di certe regole spesso rispettate. Ci sono dei classici, in alcuni nomi diffusi nel genere, come ad esempio Candy – mi vengono in mente Candy Rose, Candy Paradise, Candy Bloom, ad esempio – c’è, come accennato, la regola dell’esoticità, che sta a significare che ciò che la performer rappresenta e significa è qualcosa di distante, di oniricamente alieno alla realtà quotidiana. Vi può essere la peccaminosità e la citazione biblica di una Giuditta Sin, l’ironia trascinante di una Dirty Martini, la candida eleganza crepuscolare di una Vesper Julie e la raffinatezza aristocratica di una Eve La Plume. Quello del nome d’arte è un vero e proprio universo, parallelo e distante, a cui bisogna imparare a fare caso: perché il nome d’arte dice già molto dell’artista, è la cosa più eloquente di tutte, anzi forse in fondo in fondo, in nuce, dice già tutto.

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