Filosofia del Burlesque #16 – Del levare

di Paolo Bianchi

Michalangelo Buonarroti inviò una lettera a messer Benedetto Varchi nella quale spiegava il suo modo di intendere l’arte scultorea, scrivendo:

“Io intendo la scultura, quella che si fa per forza di levare;…”

Il genio rinascimentale, che fu scultore vero, puro, persino quando dipingeva, ribadì questo pensiero anche in una delle sue celebri rime, in cui annotò:

“Non ha l’ottimo artista alcun concetto ch’un marmo solo in sé non circoscriva col suo soverchio, e solo a quello arriva la man che ubbidisce all’intelletto”.

Tradotto: non c’è idea che lo scultore – artista – possa avere, che non sia già dentro al marmo – la materia – che con il suo soverchio – superfluo – racchiude, contiene.

Il burlesque, come abbiamo già avuto modo di dire, è a tutti gli effetti una forma di strip tease, ed è in quanto tale un’arte del togliere, del levare. Ci sono, per questa semplice ragione, dei motivi per prendere spunto dal concetto michelangiolesco; pur con le opportune e necessarie differenze ed esclusioni.

Il burlesque è un’arte del levare, mentre Michelangelo sostiene che l’arte consiste nel levare stesso, che è cosa diversa. Quello che scrisse il genio di Caprese lo ha ribadito, molto tempo dopo, anche Coco Chanel, che sentenziò:
“Prima di uscire, guardati allo specchio e levati qualcosa”.

Levare, levare sempre: lì è l’arte, lì è la bellezza e la classe.

Ma il levare di Michelangelo è anche un dare forma, un creare; nel burlesque questo non è sempre possibile. Oddio, certo, la dieta e l’allenamento possono portare la performer a modellare il proprio corpo, ma non è paragonabile alla libertà di forme concepibili e realizzabili da chi sa bene prendere a martellate un blocco di marmo. C’è quindi, nella scultura, un levare per creare, per modellare; nel burlesque invece c’è un levare per mostrare: quello che si crea c’è, ma non attiene alla materia, è piuttosto sul piano emozionale: è creare una sensazione, una emozione tramite la rivelazione del proprio corpo.

Emanuele Severino ci insegna che la distruzione e la costruzione hanno la stessa anima: l’atto creativo e costruttivo è di per sé necessariamente distruttivo della condizione preesistente. Quando si parla di scultura la questione è più facilmente intuibile: si deve distruggere – a martellate! – il blocco di marmo grezzo per costruire, creare, l’opera scultorea. Ma nel burlesque?
Nell’atto di spogliarsi, in “quel” levare cosa distrugge e che cosa crea la performer? Abbiamo già accennato al fatto che si crea emozione, si crea – se vogliamo – intimità, teasing, complicità e spirito di gioco, in senso alto. Si distrugge, al contempo, ciò che la donna “coperta”, più vestita a inizio act incarna e rappresenta. Perché tutto è simbolo.
C’è chi crede che una donna togliendosi abiti e accessori si riduca a meno, altri pensano che aumenti in qualcosa. Mentre, in modo diverso, essa vestendosi e scoprendosi, e giocando con il popolare “vedo non vedo”, crea e distrugge, attua trasmutazioni nella nostra interiorità tramite la modificazione del proprio corpo quale simbolo, quale incarnazione dell’archetipo eterno. Fa arte con il suo essere donna ed esalta l’essere donna a forma d’arte.

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