Filosofia del Burlesque #17 – Filosofia delle piume e delle penne

di Paolo Bianchi

Nel corso della psicostasia, nel Duat – l’equivalente egizio dell’Ade greco – sotto la supervisione del dio Anubi, il cuore del defunto è posto su di un piatto della bilancia, nell’altro piatto vi è la piuma di Maat: soltanto chi ha un cuore leggero quanto o più della piuma di Maat può accedere, beatamente, ai campi Aaru, dov’è Osiride.
Maat, incarnazione iconografica della giustizia, dell’ordine e dell’armonia, in opposizione al caos e al crimine, è simile, per certi aspetti, ad alcune performer di burlesque.
Donna, giovane, caratterizzata per portare una piuma di struzzo sul capo, quella stessa piuma utilizzata per soppesare la giustizia e la bontà dell’anima che, secondo l’antica religione egizia, abita il cuore.
La piuma è vezzo, è leggerezza ed esattamente come la giustizia, l’arte e la bellezza sfugge sempre dalle mani che tentano di acciuffarla in volo.
Le piume e le penne, in natura così come nel burlesque, sono al contempo utili e decorative, funzionali e ornamentali. Le penne in natura rendono bello il pavone maschio che ostenta la ruota e consentono il volo al passero, le piume garantiscono principalmente l’isolamento termico e l’impermeabilità e donano dolce morbidezza, erotico affondo.
Nel burlesque, parimenti, le piume e le penne – che siano di struzzo o di gallo, ci è del tutto indifferente in questa sede – sono state utili a mitigare i continui interventi delle forze dell’ordine e hanno adornato e arricchito le scene dei più prestigiosi teatri così come delle più fetide bettole.
Piume e penne hanno da sempre conferito quel tocco di delicatezza e di sollievo, la performer che indossa le piume diviene volatile e come un volatile spicca il volo, si pone al di sopra e al di là di sé e della donna stessa.
Tomas Transtromer, Premio Nobel nel 2011, chiuse il suo Den stora gatan con l’inarrivabile haiku “Uomini-uccello / Alberi di melo in fiore / Il grande mistero”.
Quando siedo sui divanetti della Conventicola degli Ultramoderni e fisso i copricapo realizzati da Madame de Freitas, dal gusto così retrò o carioca, mi soffermo sempre a guardare la dinamica delle grandi piume: si lanciano e svettano nel verticale e, infine, si arrendono, decadono, si ripiegano leggermente in punta come in un’amara realizzazione, come nella consapevolezza che l’essere diva, l’essere artista debba infine – e in minima parte – arrendersi alla realtà, all’umana natura. La piuma, quindi, è anche caducità, debolezza, volo che poi, inevitabilmente, si posa.
Nella piuma c’è colore e decadenza, ostentazione e riparo, divismo e rimedio, natura e artificio – colorare la piuma è un po’ come colorare il colore, è atto artificiale nel senso più alto: profondamente umano – ma soprattutto la piuma è leggerezza, anima, sospiro e soffio vitale: “chacun porte sa croix, moi je porte una plume”.

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