Filosofia del Burlesque #18 – Della brevità

di Paolo Bianchi
Non è raro che a una performer di burlesque, contattata per una serata, sia richiesto di intrattenere il pubblico per diverse ore. Quando poi la malcapitata spiega che i suoi act hanno durata di appena quattro minuti primi, vi è spesso sorpresa, e il “localaro” di turno non comprende come possa essere giustificato l’investimento speso per un intrattenimento così breve. Perché breve è brutto, secondo il “localaro”.
Quando, adolescente, scoprii gli aforismi di Nietzsche, intrapresi quel lento e costante viaggio che mi portò a comprendere che non c’è nulla di più vasto del breve e nulla di più insignificante dell’esteso. Scoprendo che i brevi aforismi erano vere e proprie fessure che lasciavano intravedere la luce del Vero sconfinato, giunsi anch’io a un aforisma: “Il tanto è parodia del tutto”.
“Sempre caro mi fu ques’ermo colle, / E questa siepe, che da tanta parte / De l’ultimo orizzonte il guardo esclude”: orbene, è solo quando una siepe limita, taglia la visuale dell’orizzonte che al sensibile conte Leopardi “sovvien l’eterno”: l’Infinito.
Così un act di burlesque, almeno ai nostri tempi, risulta tendenzialmente molto breve, di circa quattro o cinque minuti, il più delle volte.
A nostro parere questo non è un minus, ma è piuttosto un plus: poiché solo ciò che è breve si sottrae totalmente – o quasi – all’antico e primordiale titano Crono: divinità del tempo.
Un video e una fotografia ci serviranno da esempio: l’attimo catturato da un’impressione fotografica si sottrae allo svolgimento, al fluido andare dei momenti, cosa che al contrario è caratteristica propria del video. Per questa ragione, quasi paradossalmente, l’attimo fotografato è un eterno, poiché è semplicemente fuori dal tempo. Così la routine di burlesque non può che essere breve o brevissima affinché sia simile a un’apparizione, a un’immagine fotografica. Giusto il tempo di far sì che la breve narrazione si svolga, giusto il tempo che il personaggio, talora simpatico, talora ammaliante, si palesi ed “è finita, è finita qui, è irrimediabilmente finita”, per dirla con Petrolini.
La dimensione dell’inarrivabile diva così come quella della sexy pin-up, a seconda della natura del numero rappresentato, non può che raggiungersi ed esaurirsi nel breve: una durata lunga finirebbe per squalificare e ridurre alla recita eccessiva e caricata: finirebbe per far crollare la piacevole burla in un abisso tragicomico.
Per coerenza con i concetti espressi mi fermo qui.

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