Filosofia del Burlesque #19 – Il silenzio del pubblico italiano

di Paolo Bianchi

Anche per quanto riguarda il pubblico del burlesque vigono determinate regole. Spesso si dice, in introduzione di un burlesque show, che il pubblico è parte attiva, dev’essere partecipe, caloroso e addirittura rumoroso. Le cose cambiano da paese a paese e da continente a continente.
Anche qui in Italia ci sono frasi che vengono ripetute molto spesso quando si presenta uno show, come per un esempio la nota “più voi urlate, più loro si spogliano” che, però, non sempre è vera. Se la performer, infatti, è padrona della scena e tiene in pugno il pubblico, se è in grado di “sentirlo”, può indubbiamente improvvisare, espandere o limitare la propria performance a seconda della risposta dei presenti, ma questo – specie in un paese come l’Italia, dove non sempre il pubblico rispetta questa “regola” del gioco – l’esecuzione può prescindere dal pathos espresso dalla platea. È infatti ovvio e scontato che un act di burlesque provato e riprovato e, per volere o per necessità, “chiuso” nella sua struttura, può svolgersi in modo totalmente indipendente dalla rumorosità del pubblico. E quindi? Dovremmo in tal caso risentirci per gli incitamenti un po’ menzonieri e credere quindi inutili i nostri applausi, le nostre urla, i nostri fischi? Dipende. 
Fino a che concepiamo tali premesse e regole di questo tipo in quanto tali (e prendendole alla lettera) sì, certo, ma se al contrario entrassimo nell’ordine di idee che già questo è burlesque, anzi è tradizione del burlesque, e che quindi già la presentazione è spettacolo e, nello specifico, è burla, è lazzo, allora troveremmo comprensibile persino che qualcuno pretenda di dirci cosa dobbiamo fare ed essere e, soprattutto, l’attendibilità di quanto detto da chi presenta lo show passerebbe giustamente e serenamente in secondo piano.
Questo accade quando si gioca a fare il burlesque – anglosassone nella sua anima – ceteris paribus in un paese come l’Italia, che non è né l’America, né il Nord Europa, e che non lo è per ragioni culturali profonde che sarà bene indagare e su cui sarà giusto riflettere, anche in ottica di filosofia del burlesque.
Prendere sul serio ciò che accade sul palco in uno show di burlesque può essere, in certi casi, un grave errore: sarebbe un po’ come vivere in modo traumatico un omicidio inscenato al Quirino.
Zdenek Zeman, uno dei più seri e rigorosi uomini di calcio al mondo, quello dei gradoni e del 4-3-3, ama dire: “Non dimentichiamoci che il calcio, in fondo, è un gioco”. Ecco, parimenti non dimentichiamoci che il burlesque, in fondo, è burlesque.
La funzione della rumorosità del pubblico, così come dei petardi a Capodanno in Cina o a Napoli, è la liberatoria fuga dalla prigionia della ragione, è allontanare i demoni, è abbandono all’ebrezza, è desiderio di sensazioni forti, immediate e universali. È la consapevole volontà che, almeno per la durata dello show, nulla sia più serio perché tutto sia finalmente vero. Ma di tale libertà non tutti sono all’altezza.

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