Filosofia del Burlesque #22 – Il burlesque secondo Hegel (2° parte)

di Paolo Bianchi

Come anticipato nella prima parte di questa trilogia di articoli intitolati “Il burlesque secondo Hegel, tenteremo di concorrere a una definizione del burlesque seguendo burlescamente la dialettica hegeliana composta da tesi, antitesi e sintesi.

Espresso l’intento, vediamo ora come si è svolto e come si è auto negato il burlesque nel corso dei secoli. Con la premessa che, in questa sede, il fine non è storico, ma filosofico. Ci avvarremo quindi di informazioni storiche generali per riflettere sul perché di certe manifestazioni e dinamiche.


Il nome burlesque si spiega per le origini parodistiche di questo genere: esso nasce storicamente due volte: in Inghilterra, fiorendo in particolare modo nel XIX secolo, per poi diffondersi anche oltre oceano, e poi di nuovo negli Stati Uniti d’America alla fine del Novecento, assumendo il nome di new burlesque o neo burlesque. Nella sua prima concretizzazione storica il burlesque ha anzitutto un significato sociale, in quanto è sberleffo che le classi inferiori mossero ai più abbienti. Così come il dandismo – l’atteggiamento dei cosiddetti dandy – è aristocratica critica alla sorgente aristocrazia votata al materialismo, alle buone e ipocrite apparenze che ancora oggi fanno dire sprezzanti: “Sei un borghese!”.
E proprio in questa rivoluzionaria dinamica di lotte di classe nasce il primo burlesque: che si vota sempre più al dio Eros, spogliandosi via via, per il piacere dell’occhio maschile e così sopravvive fino a quando, il dio, è chiamato a proteggere, dagli anni ’70 dello scorso secolo, il sopraggiunto hardcore. Ma proprio quando la memoria del primo burlesque stava per svanire nell’oblio, esso risorge col nome, appunto, di new burlesque. Questa è la storia, così come ce l’hanno spiegata diversi studiosi – per primo in Italia Attilio Reinhardt – ma passiamo ora alle considerazioni.
Chiediamoci: il burlesque e il new burlesque possono davvero essere considerati come la stessa cosa? Come due fasi distanti solo nel tempo di uno stesso macro fenomeno? No, direi proprio di no.
Sotto certi aspetti, anzi, il nuovo burlesque è l’esatto opposto del primo, pur essendone legittimo pargolo ed erede: ed ecco l’antitesi, intesa come negazione, opposizione, che è poi la caratteristica essenziale dello svolgimento dialettico della realtà. Rivolto a un pubblico maschile il primo (soprattutto nella sua fase più naked), il secondo è invece dedicato in particolar modo alle donne stesse; immorale e a tratti persino illegale il primo, rassicurante e moralmente corretto il secondo; arte inferiore al teatro colto il primo, arte superiore allo striptease il secondo; decisamente progressista il primo, nostalgico e votato al rétro il secondo. Ecco che il burlesque, figlio di un teatro sbeffeggiato, forgiato nei decenni da quelle leggi bigotte che hanno condotto all’invenzione dei pasties, della fan dance e di altre immagini classiche del genere, è generato e plasmato da continue opposizioni, da continue negazioni. Ed il new burlesque, infine, si presenta alla storia, in certi specifici aspetti, in aperta opposizione al burlesque originale. Possiamo dire, in conclusione di questa seconda parte, che l’antitesi è il momento di certo più caratterizzante del genere, essendo quello che ne ha definito le forme concrete, l’iconologia. Per le considerazioni finali rimandiamo alla prossima, terza parte.

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