Filosofia del Burlesque #23 – Il burlesque secondo Hegel (3° parte)

“L’interesse della Ragione è raggiungere una sintesi unificata”, scrisse Hegel. Nostro interesse, invece, è quello di burlare la dialettica hegeliana per giungere a una definizione buona o perlomeno argomentata del burlesque.

Eccoci, dunque, a questo terzo ed ultimo appuntamento con “Il burlesque secondo Hegel” (leggi “Il burlesque secondo Hegel” parte 2)  ed eccoci al momento della sintesi, dell’unione conclusiva tra tesi e antitesi.

Alla luce del sentiero percorso rispondiamo-ci, dunque, alla fatidica domanda: cos’è il burlesque?

Ma prima di rispondere, poniamoci una domanda simile ma leggermente diversa, ovvero: cos’è burlesque? Burlesque è una parola, ovvero un simbolo, un significante che racchiude uno o più significati; un riferimento convenzionale che rappresenta un’idea, lì dove il termine “idea” ha in sé la stessa radice del latino vid-eo (vedo), e significa, infatti, visione, immagine che noi abbiamo di un qualcosa. Ma, a essere sinceri fino in fondo, il significante “burlesque” – inteso come parola – non contiene un solo e semplice significato “burlesque” – inteso come concetto, ma piuttosto una miriade di ulteriori significati in forme di immagini, colori, stili, esotiche destinazioni e tanto tanto altro.

I significati veri e propri, alla fin fine, sono le suggestioni, le sensazioni. E, come detto precedentemente, sia la parola che il significato “burlesque” contengono – e sono quindi sintesi – di una miriade di cose distanti nel tempo (immagini di donne degli anni ’20, degli anni ’50, in abiti futuristici, etc.) e nello spazio (stile parigino, californiano, arabeggiante, etc.). Ma il paradosso è questo: tanto più una parola-simbolo è vasta e comprensiva di cose varie, diverse e distanti, tanto meno è facile definirla – che significa, appunto, recintarne i significati attribuibili.

Burlesque, in sostanza, è soltanto una parola e perdipiù una parola che ha assunto significati diversissimi, distanti, inavvicinabili tra loro stessi. Il burlesque è infatti raffinata arte del teasing, ma è anche satira sguaiata e forte, e la lista di contraddizioni potrebbe continuare, e molto. Questa ricchezza, questa apertura e ampiezza è, al contempo, la forza del burlesque e il germe che minaccia la sua esistenza come “cosa a sé”.

Quando “burlesque” ha significato una cosa ben più definita, immediata e molto meglio identificabile rispetto ad oggi, ovvero una forma di intrattenimento, di strip-tease, rivolta al pubblico maschile e niente altro, è bastato l’avvento dell’hard-core per minarne la sopravvivenza. Allora, darwinianamente, è stato lo spirito di adattamento ciò che ha permesso al burlesque di sopravvivere, seppure in forma essenzialmente diversa, fino ai nostri giorni.

Non si sta qui parlando di una sintesi del burlesque, ma stiamo invece affermando che il burlesque stesso è una sintesi, persino contraddittoria in sé, in taluni casi. Esso è un contenitore talmente vasto da risultare, all’apparenza, quasi vuoto. Burlesque è una parola talmente ricca di significati da apparire, in fondo, priva di significato.

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