Filosofia del Burlesque #24 – Filosofia del Trolley

di Paolo Bianchi

Quando si googla la parola burlesque le immagini che saltano fuori ci pongono davanti a donne belle e formose, avvolte nei loro abiti luminosissimi, con seni generosi, acconciature complicatissime, sguardi che dicono sicurezza e seduzione. Ma ci sono degli elementi che, pur essendo dei classici immancabili dell’essere performer di burlesque, nulla hanno a che fare con gli accessori di scena, con l’abbellimento o con la teatralità.


Alla fine di uno spettacolo di burlesque, per chi, come il sottoscritto, rimane spesso a chiacchierare con qualcuno o a sorseggiare quel che resta del ghiaccio ormai svanito sul fondo di un profondo bicchiere da cocktail, quando tutti sono convinti che non ci sia rimasto più nulla che valga la pena vedere – poveri illusi, non sanno che c’è sempre qualcosa che vale la pena vedere! – ecco che il sipario si apre di nuovo: una mano scansa veloce il velluto e ne sbuca una donna totalmente diversa dalla performer applaudita e urlata poco prima, ma è proprio lei. La donna scende in platea ed ecco entrare in scena il protagonista della filosofia di oggi: quel trolley consumato che, pure, ci dice tanto della performer e della performance. Ci sono quelle che preferiscono, per comodità forse, sostituirlo con delle grandi buste, c’è chi ce l’ha monocromatico e chi proietta anche sul trolley il proprio vezzo vintage tutto a pois. C’è quello sgonfio usato per accogliere un paio di tacchi e i pochi veli di una danza orientale e quello gonfio di complicati aggeggi, c’è quello che ci racconta di viaggi in tutto il mondo e di festival ricchi di ospiti e di tensione, e quello che conosce uno o due locali appena. Quella stessa performer che un’ora prima si spogliava anche per te e ti incitava ad applaudire e ad urlare per lei, ti lancia ora una veloce occhiata, come a dire: “Tu, cos’hai da guardare!?”, fugge via come un felino, stringendo in pugno l’agognato cachet della serata, accompagnata dal trolley, con la sua rotella puntualmente difettosa, complice fedele in quella fuga dall’esistenza che chiamiamo burlesque.

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