Filosofia del Burlesque #27 – Per palati fini

di Paolo Bianchi

Diciamocelo chiaramente: non solo il burlesque non è una cosa volgare, anche quando è provocatorio, irriverente e “americanamente” esplicito, ma è roba per palati finissimi!

C’è una parte del mondo per cui il burlesque è invece uno spettacolo turpe, sporco, giacché attinente al nudo femminile, al sesso, e a tutto ciò che gli spiriti mediocri e moralmente violenti hanno tacciato per millenni con la qualifica di osceno. Ma, ci tengo a sottolinearlo, non solo le cose non stanno affatto così, ma come più e più esempi ampiamente dimostrano, sono spesso gli spiriti più eletti ad apprezzare perdutamente forme d’arte come questa: che possono essere esplicite, senza essere mai volgari.

Non c’è altro peccato se non quello della repressione del sacro spirito dionisiaco. Scrisse Nietzsche: “Il Cristianesimo dette da bere ad Eros del veleno, Questi non ne morì, ma degenerò in vizio”. Eppure avvelenare Eros non equivale ad avvelenare un demone qualsiasi, poiché Eros non è semplicemente potente, ma è la potenza stessa, Eros non è il principio della procreazione e basta, ma è – nella sua accezione più ampia, dentro e fuori dalla sfera sessuale – l’essenza stessa della vitalità e della vita; e quando noi parliamo del teasing, o della sensualità, parliamo di manifestazioni del principio erotico, parliamo di Eros.

Sostengo che il burlesque non debba essere contenuto per non risultare volgare. Anzi, storicamente, furono anche e soprattutto le forme più forti e provocatorie a ispirare le anime più sensibili, gli artisti più rivoluzionari e raffinati, che trovarono ospitali anche gli squallidi ed equivoci teatrini che facevano del nudo femminile la propria principale leva d’attrazione.

Les demoiselles d’Avignon

Pablo Picasso, tra i massimi geni artistici del XXI secolo, amava i caffè-concerto (cosa diversa, naturalmente, ma assimilabile agli odierni ambienti di burlesque) e da essi trovò ispirazione per ripensare il suo capolavoro Les damoiselles d’Avignon. Quando il genio di Malaga iniziò a lavorare al quadro, nel marzo del 1907, la scena, ambientata in un bordello, prevedeva inizialmente cinque prostitute nude che circondavano uno marinaio e uno studente di medicina, ma verso il giugno di quell’anno le due figure maschili sparirono per fare spazio a un impatto diretto tra l’osservatore e quell’atmosfera al contempo seducente ed inquietante, che Picasso aveva conosciuto in certi locali notturni.

L’arte alimenta l’arte: Henri de Toulouse-Lautrec fu ispirato frequentatore dell’ambiente di Montmartre, e disegnò ballerine e artisti di varietà. Di questa potenza ispirantesi accorsero e innamorarono anche il porta Jean Cocteau, il compositore Darius Milhaud, la scrittrice Colette e il saggista e critico letterario Roland Barthes, che rivalutò anche l’estetica di quegli ambienti.

Questi artisti, questi intellettuali dal palato finissimo rifiutarono qualsiasi forma di moralismo e amarono profondamente e perdutamente ambienti simili agli odierni teatrini di burlesque. Oggi tocca a noi.

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