Filosofia del Burlesque #28 – Fare, comunicare e significare

di Paolo Bianchi

Le persone più aride tendono a qualificare il valore artistico limitandosi ad apprezzamenti prettamente tecnici. In fondo, è comprensibile: se io non sono in grado di sentire l’emozione, di leggere le cose e tra le cose, mi riduco allora ad apprezzare la sconfinata e presunta oggettività della prestazione, e niente altro.

Ciò vale per tutte le cose del mondo, e il burlesque non ne è esente. Questa pratica, nata da una incapacità, da un limite o, meglio, da una insensibilità, conduce inevitabilmente il giudicante (che è spesso anch’essa una performer) a dei paradossi completi, a degli errori critici palesi e integrali.

Aiutiamoci con un esempio: la grande Bettie Page, mito del burlesque, pur non avendo mai fatto propriamente burlesque, non può dirsi che sia oggettivamente la più bella, non è forse la più capace e non è probabilmente neanche la più brava, ma è, senza dubbio, grande, divina, indimenticabile. Lo stesso potremmo dire, al di fuori del burlesque, di Marilyn Monroe: senza alcun dubbio la più grande diva di tutti i tempi: anche se nessuno oserebbe definirla l’attrice più brava (pur essendolo, e molto) o bella di tutte.

Com’è possibile questo? Come mai tante performer eccezionali sia nella tecnica (cioè nel fare), che nella cura del messaggio trasmesso (il comunicare), sono però generalmente considerate meno di queste o di altre dive assolute?

Ciò avviene, nell’opinione di chi scrive, perché semplicemente oltre al fare e al comunicare esiste il significare. In esso salta completamente lo schemino “mittente – messaggio – ricevente” proprio della comunicazione. A volte una performer può ritrovarsi a significare qualcosa, e questo tratto la pone al di sopra di tutte le altre, almeno per quanto attiene a quello specifico significato. Di ciò la performer può avere o meno consapevolezza, di certo non ne ha mai merito.

Dopotutto, abbassando di un poco il piano del discorso, ci si può convincere gradualmente di quanto l’importanza della comunicazione sia a volte del tutto sopravvalutata, basti pensare a quanto non sia assolutamente necessaria quella che usiamo definire struttura narrativa dell’act.

Basta guardare, infatti, l’esibizione della vincitrice Lou Lou D’vil alla Miss Exotic World Competition del 2013: lei lì non racconta nessuna storia, non c’è nessun messaggio da comprendere e decifrare, non “dice” nulla, ed è assolutamente fantastica!

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