Filosofia del Burlesque #33 – Burlesque e infelicità

di Paolo Bianchi

Due settimane fa abbiamo dedicato le nostre riflessioni alla relazione tra burlesque e felicità, questa volta ci dedicheremo invece al contrario della felicità o, meglio, al suo complementare: l’infelicità.

Se, per dirla con Nietzsche, la felicità è l’avvertire che una resistenza viene meno, l’infelicità può essere considerata, banalmente, come la mancanza di felicità, e quindi come la mancanza della sensazione che un ostacolo sta per essere vinto.

Il rapporto tra arte e infelicità è strettissimo e fondamentale: lì dove l’arte è il mezzo usato dall’artista per vivere intensamente, nell’intimo del proprio cuore, quei brevi momenti di beata felicità, il ruolo dell’infelicità è non meno importante, poiché è un necessario presupposto dell’atto creativo stesso.

L’infelicità può essere considerata, infatti, l’arché dell’atto artistico: ne è la culla, il principio primo ed è ciò che principalmente lo governa, definendone struttura, svolgimento ed effetto. La via dell’arte è scelta per felicità (come fine) e quindi per infelicità (come precondizione).

Il dolore e l’insoddisfazione sono il motore primo, ma anche le sensazioni ultime – una volta finito l’effetto della felicità, sempre di breve durata – ed è ciò che governa, profondamente, tutto il processo artistico.

Mettendo da parte Leopardi, che è esempio fin troppo lampante a sostegno di quanto affermiamo, potremmo scorgere anche nel Sommo e nel suo amore per Beatrice un sentimento di mancanza, di anelito, se non doloroso perlomeno sofferto, che nel momento della Divina Commedia dedicato all’amore passionale è espresso con l’insuperabile immagine di Paolo e Francesca. L’amore è sia all’apice del cammino dantesco, che si conclude col verso “L’amor che move il sole e l’altre stelle”, ma è anche nel terribile secondo cerchio degli inferi, luogo di punizione dei lussuriosi: l’amore, quindi, è dov’è Dio e dove manca Dio, è nella nella felicità poiché passa per l’infelicità, e così l’arte mira alla divina sublimazione proprio perché l’artista avverte quell’assenza di bellezza che oscura il mondo. Nell’arte del burlesque, in particolare, tutto ciò è forse ancora più presente ed evidente.

Se questo è vero per l’arte in genere, perché dovrebbe esserlo in particolare per l’arte del burlesque? La risposta risiede nel fatto che quest’ultima è una forma che obbliga necessariamente ad un coinvolgimento totale della performer, e per totale non ci riferiamo solo all’aspetto scenico. Forse nessun’altra odierna forma d’arte implica, al contempo e in questo modo, un mettersi letteralmente a nudo, un lavoro di regia, di scelta dei brani, di immaginazione (se non concreta realizzazione) del costume, di gestione dell’attività (le performer sono, spessissimo, manager di loro stesse). Se quindi l’artista è coinvolta nella sua totalità lo sono, di conseguenza, anche tutti i suoi dolori, tutti i suoi difetti e limiti, di qualsiasi natura. Insomma: tutte le sue diverse infelicità. Quale arte, tra quelle oggi vive, prevede il dover mettere in conto, contemporaneamente, il cambiamento del proprio corpo col passare del tempo, la difficoltà del “far tornare i conti”, la discussione con gli altri stakeholder, la fatica creativa e realizzativa e la totale responsabilità del risultato finale quanto l’arte del burlesque?

Eraclito disprezzò il popolo che considerava il dì e la notte come due cose distinte, piuttosto che come gradazioni del giorno inteso nella sua interezza; allo stesso modo sarebbe riduttivo vivere il burlesque solo per la gioia che esso apporta, e non anche per il dolore, la frustrazione e le pene che a questa arte conducono e che sempre è giusto considerare, anche e soprattutto quando si crea.

Augurando a tutte le nostre lettrici e i nostri lettori un sereno ristoro, per il mese dedicato al divo Augusto, offriamo queste preziose parole del genio irlandese James Joyce: “Cercare adagio, umilmente, costantemente di esprimere, di tornare a spremere dalla terra bruta o da ciò ch’essa genera, dai suoni, dalle forme e dai colori, che sono le porte della prigione della nostra anima, un’immagine di quella bellezza che siamo giunti a comprendere: questo è l’arte”.

 

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