Filosofia del Burlesque #37 – Il purismo

di Paolo Bianchi

Può esserci un purismo relativamente a un’arte poco ortodossa come è il burlesque?

Spesse volte, nell’ambiente, si sente dire che molte performer o presunte tali prendono questa arte come un leggero gioco o un facile capriccio, e perciò la inflazionano, la rovinano, la conducono a sue forme decadenti.

Quello del burlesque è in effetti un ambiente profondamente moralista, nel senso ampio: un luogo dove è d’uso esprimere spesso cosa sia giusto e cosa non lo sia, cosa sia bene e cosa sia male. Si sente spesso dire di performer che rovinano il mercato accettando di esibirsi per un compenso troppo basso, neo allieve che troppo presto aprono scuole di burlesque in proprio, gestori di locali che non conoscono o comprendono la differenza tra una cubista e una performer, e potrebbe continuare la lista delle cose commesse e poi nettamente condannate.

 

 

Ma noi, qui, non abbiamo alcuna intenzione di esprimere giudizi, né di dire cosa si dovrebbe fare e cosa no. A noi, in questo spazio filosofico, interessa osservare e quindi tentare di comprendere il perché di quanto ci appare.

Tra le sentenze attribuite a Talete di Mileto, vi è quella secondo cui la cosa più forte è la necessità, perché tutto domina. La domanda che ci poniamo è quindi: questi fenomeni spesso condannati, e le condanne stesse che ne scaturiscono, sono accidentali o, al contrario, necessarie, cioè inevitabili, date le premesse insite nella natura stessa del burlesque?

Sono da sempre convinto che il fenomeno dei loggionisti, che sono quella parte di pubblico sempre presente e severissima, che abita i loggioni dei teatri d’opera, sia una naturale e necessaria conseguenza del perfezionismo proprio del melodramma stesso. La cosiddetta opera lirica, infatti, rappresenta il massimo del canto, il massimo della musica, il massimo dei costumi, delle scenografie e del teatro, ed è in questa sua stessa natura, vale a dire in questa sua stessa essenza, che sta il germe del fenomeno del perfezionismo dei loggionisti.

Parimenti, nel burlesque, è proprio nella scarsa rigidità di quest’arte che si potrebbe, in ipotesi, nascondere anche il germe delle sue espressioni considerate decadenti da alcuni rappresentanti del burlesque stesso.

La libertà propria del burlesque, riguardo ai canoni estetici, riguardo alle diverse epoche rievocate, riguardo ai diversissimi stili rappresentati, potrebbe significare un’arma a doppio taglio, e condurre essa stessa a quella inevitabile estensione di tale libertà anche al metodo, anche al rigore tecnico, anche al compenso, anche a ciò che libero non dovrebbe in alcun caso essere. Ma, d’altro lato, tale lassismo convive con un purismo disperato e inconsolabile, anch’esso figlio legittimo del burlesque stesso.

La libertà, come a volte accade, si può tramutare in licenza, e l’arte più aperta e libera, e in questo aspetto più nobile, si può tradurre in scomposta e nichilistica espressione di una indeterminata ed indeterminabile idea di burlesque. Perché il burlesque è (anche) questo, secondo necessità.

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