Una tenda e un pennarello – Filosofia del Burlesque #02 –

Dopo il primo appuntamento con “Il Bello, il Brutto, il Burlesque”, Paolo Bianchi torna a parlarci di “filosofia del Burlesque”.

Una tenda e un pennarello
Quando ero piccolo mi nascondevo spesso dietro alle tende della mia cameretta e, tenendo in mano un pennarello, diventavo ora un brillante presentatore, ora un elegante cantante in smoking di un generico teatro americano. Sono certo che ogni vera performer di burlesque sappia molto bene a che genere di fantasia mi riferisco.
Ogni performer di burlesque ha sognato, sin da bambina, di dare spettacolo con il proprio corpo. Davanti a un grande specchio la piccola artista, col viso impiastricciato col rossetto della mamma e coperto dai grandi stilosi occhiali da sole, ha iniziato a creare i suoi primi act di burlesque. La piccola performer, ancora lontana da quei pruriti sessuali che hanno a che fare col burlesque molto meno di quanto la gente pensi, prende dimestichezza con il fondamentale “accessorio”, quello più importante di tutti, concretissimo pur nella sua immaterialità: la maschera.
Alcuni studiosi teorizzano la derivazione del termine maschera dalla locuzione araba mascharat, che significa burla, dal verbo sachira, burlare. Questo termine sarebbe giunto in Europa ai tempi delle crociate, anche se pare compaia già in alcuni testi antecedenti. Altra teoria fa derivare dal preindoeuropeo masca, che significa fantasma nero, e dal latino tardo màsca, che significa strega. In ogni caso, che sia burla, fantasma nero o strega, aleggia costante quel senso di arte misteriosa, burlesca, provocatoria e proibita che è la base e l’essenza del burlesque. Per dovuta completezza ed essendo in tema, aggiungo che da maschera deriva, naturalmente, la parola mascara!
L’artista bambina, ricca del dono e della condanna di una particolare sensibilità, contempla già la propria identità e con essa i propri demoni. Insoddisfatta da una realtà così poco congeniale, così poco glitter, si abbandona per necessità al suo intimo, ancestrale, profondo bisogno di porsi al pubblico luminosa e bellissima. Perché qui non si sta parlando di talento, il talento lasciamolo a “quelli bravi”, qui si parla di un bisogno, appunto, che distingue l’artigiano, il mestierante, il talentuoso, dall’artista e, in alcuni rari casi, dal genio.
Non siamo mai così sinceri verso noi stessi e verso gli altri come quando indossiamo la nostra maschera. Senza la nostra maschera non siamo veramente noi. In fondo l’artista è tale solo nel momento in cui si compie, nell’atto, quella coincidentia oppositorum tra il suo essere nascosto e il suo essere manifesto.
Nietzsche ci insegna che “tutto ciò che è profondo ama la maschera”; anche se quel sentimento primitivo della bambina davanti allo specchio dev’essere colmato, corretto e superato al fine di abbandonare il caos onirico e approdare all’ordine della performer. Ma per poter essere artiste e non semplici performer qualcosa di quella bambina deve pur rimanere, perché altrimenti agli spettatori non rimarrà che contemplare un corpo e apprezzare della tecnica, e si perderebbe quella luce carismatica prodotta dalla potenza dei propri demoni interiori.
Se l’arte del burlesque in Italia sa ancora troppo di amatoriale è a causa del fatto che alcune sono rimaste distratte e vanitose bambine davanti allo specchio, altre invece – e sono queste ultime le più colpevoli – quella bambina l’hanno uccisa per sempre, in nome di una noiosa, volgare, infeconda professionalità.

© 2016 – 2017, Redazione. All rights reserved.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

error: Riproduzione riservata !!!