Il Bello, il Brutto, il Burlesque – Filosofia del Burlesque #1 –

Inauguriamo oggi sul nostro sito la nuova rubrica “Filosofia del Burlesque” a cura di Paolo Bianchi di Salotto Erotico Italiano: con le sue parole ogni venerdì rifletteremo insieme sulla “filosofia del Burlesque”.

 

di Paolo Bianchi

Una sera, prendendo posto in prima fila a uno show burlesque, ebbi la sfortuna di sentire un’infelice battuta di un tale, evidentemente scontento del suo posto in quinta fila; più o meno disse: “Al burlesque è meglio non stare troppo vicini al palco: almeno da qui non si vede la cellulite!”. Costui, del burlesque quantomeno, non aveva compreso nulla.

Da questa pietosa battuta possiamo però prendere spunto per porci una delle più fondamentali questioni relative all’arte del burlesque, una questione a cui sarà bene dedicare nel tempo più di una riflessione: il fatto che la performer di burlesque non debba essere necessariamente perfetta, nel senso di corrispondente ai canoni della bellezza dettati dalla moda e fortemente suggeriti dai più diffusi e penetranti mezzi di comunicazione di massa.

È giusto dire che la performer di burlesque può non essere perfetta? Sì, certo! È giusto dire anche che la performer di burlesque può quindi offrire una rappresentazione del brutto? No, questo no.

Il burlesque si distingue senz’altro per la grande libertà di espressione della bellezza della donna, ovvero la bellezza rappresentata e offerta agli occhi degli spettatori può non essere una bellezza canonica, appunto. Ma a volte si scambia tale libertà per licenza e si giunge a conclusioni semplicemente assurde: “Il burlesque può farlo chiunque”, che significa ammettere implicitamente che il burlesque possa farlo anche chi tenderà a dare una rappresentazione del brutto.

Ma cos’è il bello? Cos’è il brutto? Ci basti sintetizzare così: bello è ciò che è armonico e suscita armonia stessa e piacere, che sia il piacere di una donna come Ginger Valentine o il piacere suscitato da una Dirty Martini, non conta. È al contrario brutto ciò che è intrinsecamente disarmonico, eccessivo, volgare. Ma se il brutto è la mancanza di armonia, tutto può, più o meno a fatica, essere armonizzato.

Coloro che si avvicinano a questa arte lo fanno, in alcuni casi, per superare e vincere il malessere generato da un aspetto del proprio corpo percepito come brutto, la cattiva allieva rigirerà semplicemente questo difetto addosso al pubblico, ostenterà e darà mostra del proprio aspetto brutto, convinta che il burlesque conceda questa licenza, illudendosi magari di superare proprio così il malessere; la buona allieva invece – a prescindere da quale sia il suo aspetto fisico – mostrerà la sua propria armonia interiore ed esteriore, per il piacere suo e del pubblico che avrà la fortuna di ammirarla in scena e il piacere di applaudirla.

Troppa foga, troppa timidezza, troppa sfacciataggine, troppa ironia, troppo distacco, troppa vicinanza: è il troppo che guasta, poiché nella disarmonia dimora il brutto.

All’ignoto e volgare signore costretto alla quinta fila dedico, in conclusione, queste parole che Marco Aurelio scrisse nel II secolo d.C., e che sono un vero e proprio elogio all’imperfezione: “Si cuoce il pane: qua e là quel pane si screpola. Ebbene, si formano certe screpolature in modo tale che non ha nulla a vedere con l’arte del fornaio, ma in un certo senso vanno benissimo e soprattutto stimolano intensamente il desiderio del cibo. […] Avviene dunque che, se qualcuno ha simpatia e comprensione per i fenomeni della natura, troverà che qualunque cosa, anche se accidentalmente conseguenza d’altri eventi; ebbene, anche questa cosa si compie secondo un ritmo di grazia a lei proprio”.

Marco Aurelio avrebbe senz’altro apprezzato il burlesque.

 

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