Carlo Gori: “Il Burlesque, l’arte del ricevere e del dare”

di Maria Giovanna Tarullo

Intervista al pittore autore della mostra dedicata al Burlesque “Expectans” esposta dal 23 ottobre al Teatro Alba nella capitale in occasione dell’apertura della serie di spettacoli “BurlAsque 3.0 Resident”

Conoscere l’altro, allargare i propri orizzonti, mescolarsi con nuovi elementi diversi da quelli che compongono la nostra quotidianità. Questa è la contaminazione, un concetto divenuto -mai come in questo momento- fondamentale nella vita e da sempre presente nell’arte.
Proprio seguendo questo principio il pittore Carlo Gori ha dato vita alla mostra “Expectans – Perché attendere è un’arte del ricevere e del dare”, che verrà inaugurata il 23 ottobre al Teatro Alba a Roma (Via Alba 49), in occasione dell’apertura della serie di spettacoli “BurlAsque 3.0 Resident”, dove propone una visione alternativa del Burlesque e delle sue performer.
Attraverso le sue opere l’artista vuole accompagnare il visitatore in un viaggio temporale nel mondo del Burlesque, sottolineando l’attesa e quella sospensione quasi irreale che si viene a creare nel corso degli spettacoli.
Burlesque News ha intervistato Carlo Gori per conoscere meglio la sua vita artistica, l’incontro con il Burlesque e scoprire più da vicino questo suo nuovo progetto.

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Carlo, vuoi raccontare a Burlesque News il tuo percorso artistico?
A sedici anni, nella mia città natale Novara, ho iniziato a studiare e a praticare il teatro tradizionale come attore; poi sono cresciuto professionalmente a Milano, anche come regista, nell’ambito del teatro di ricerca di ispirazione grotowskiana e barbiana, mentre mi laureavo in Lettere Moderne, approfondendo gli indirizzi storico artistico e pedagogico.
In quell’epoca iniziavano le mie prime esperienze cinematografiche, sia come regista che nell’ambito della produzione. Ad Imola ho preso un diploma post lauream in Specialista in produzioni audiovisive e, da qui, dopo un po’ di peregrinazioni, sono arrivato a Roma, sia per fare cinema che per far teatro. Poi, via via, mi sono occupato sempre di più della realizzazione di progetti artistici per le comunità delle periferie romane.
Sono il presidente del Centro Culturale Municipale Giorgio Morandi, l’ideatore e curatore di progetti come Tor Sapienza “Quartiere d’Arte” (vincitore nel 2005 del concorso “Idee in comune” del Comune di Roma per la qualità della vita della città) e Morandi a colori; il direttore artistico del progetto Pinacci Nostri ed uno degli attivatori del MAAM, il Museo dell’altro e dell’altrove di Metropoliz_città meticcia, ora il museo d’arte contemporanea più sorprendente di Roma, a detta di molti.
Il teatro non l’ho mai abbandonato e sto collaborando con il progetto Black Reality di SemiVolanti e con lo spettacolo “The Black is the New Black” con una decina di ragazzi africani del Centro d’accoglienza Staderini.
Come pittore sono un autodidatta che ha dipinto da sempre e che amava realizzare le locandine degli spettacoli cui partecipava. Dal 2001 ho iniziato ad esporre regolarmente, specie all’estero, in particolare in Inghilterra ed in Giappone. La mia mostra più speciale l’ho realizzata nel 2010 a Matsuyama per il Museo Bansuisou, che, per la prima volta nella sua storia, ha messo a disposizione l’intero museo ad un artista. Da alcuni anni sto realizzando alcuni murales per vari progetti di arte urbana, come quelli già citati, per il MAAM stesso, per il progetto Arte in stazione nella Stazione Nomentana, o per altri luoghi come, ad esempio, le fabbriche abbandonate. Sarà meglio fermarmi qui, se no vi potrei parlare pure delle mie velleità di poeta!

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Come ti sei avvicinato al mondo del Burlesque?
Grazie all’incontro (suggerito da Mauro Sgarbi, uno degli artisti più noti che hanno realizzato un’opera per il progetto Morandi a colori) con Alice Moon, affinché potesse realizzare con una sua collega performer Candy Paradise ed il fotografo Vincenzo Toccaceli, un servizio fotografico tra le opere del progetto stesso. Il tutto è stato una rivelazione! Così, con Alice, abbiamo continuato a collaborare, tanto da stimolarmi ad incontrare Lizzy Brown e la splendida occasione di “BurlAsque 3.0 Resident”, di cui è co-curatrice.

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Con quale aggettivi descriveresti ai nostri lettori la tua mostra dedicata a quest’arte che sarà esposta al Teatro Alba, in occasione dell’apertura della serie di spettacoli “BurlAsque 3.0 Resident”?
In ordine sparso: poetica, luminosa, calda, acquosa, femminile, teatrale, rarefatta.

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Perché la decisione di legare il concetto dell’attesa all’arte del Burlesque?
L’arte delle performer si esprime in primis nella creazione di un mondo magico che ha alle spalle un lungo processo d’ideazione e tanto lavoro artigianale, sia per realizzare il costume, sia per determinare la drammaturgia del numero. Tutto questo determina un vero e proprio disvelamento della personalità dell’artista, che, grazie alla propria capacità teatrale e alla complessità della propria esperienza di donna, mantiene in gioco lo spettatore, lavorando su varie forme di suspense e di complicità.
Lo spogliarsi finale è l’espressione più liberatoria della sensualità, ma, prima, le performer devono saper fermare il tempo per dare il meglio di loro. D’altra parte, lo spettatore deve saper attendere il tutto, gustandosi al meglio i singoli momenti di questo rituale fatto d’intelligenza, spirito, corpo e sensi. Non a caso la rassegna “BurlAsque 3.0 Resident” ha fatto interagire i numeri di burlesque con quelli di magia: entrambi sono piena espressione di un lavoro profondo per raggiungere delle nuove dimensioni.

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Se ti chiedessero di rappresentare il Burlesque con un solo oggetto, cosa disegneresti?
Un guanto di seta, perché sembra difendere la donna e, poi, farle contare sulle dita il tempo che la porterà più tardi a donarsi.

C’è un artista al quale ti sei ispirato per questo lavoro o che ti è tornato alla mente nel concepirlo?
Sono conscio che il mio lavoro nasce dalla lezione espressionista, in particolare da quella tedesca – penso per esempio ad Otto Dix -, ma è una lavatrice che arriva sempre a centrifuga con la mia contemporanità ed il mio vissuto personale, per cui il tutto perde i suoi riferimenti, per approdare ad altro, che, quando funziona, è ben altro anche da me.

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Dopo questa nuova contaminazione, quale altro universo ti piacerebbe esplorare attraverso la tua creatività?
Mi piacerebbe proseguire il mio percorso in questo ambito, con le performer che rimarranno davvero colpite dalle mie opere e che, per questo, vorranno contribuire con le loro pose ad un approfondimento della mia ricerca. Perché esplorare ancora l’universo femminile, attraverso il gioco teatrale del burlesque, è davvero suggestivo, permettendimi di raccontare piani diversi da quelli della comune quotidianità.
Poi, ancora, ho sempre tanto da impegnarmi nei progetti che già seguo, dove arte e sociale camminano insieme e provano a dare un contributo alla propria comunità!
Grazie a te, Maria Giovanna Tarullo, per l’intervista, e a tutto Burlesque News ed ai suoi lettori per l’ospitalità!

La Redazione ringrazia l’artista Carlo Gori per la concessione delle immagini delle sue opere.

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