Attilio Reinhardt, lo storico “Ambasciatore del Burlesque” si racconta

di Paolo Bianchi

Attilio Reinhardt, meglio conosciuto come l’Ambasciatore del Burlesque in Italia, è creatore nel 2006 del sito Burlesque.it e autore nel 2009 del libro Burlesque: Curve assassine, sorrisi di fuoco e piume di struzzo. Dal 2007 è presentatore di alcuni dei più importanti spettacoli di burlesque e varietà in Italia. Ma non solo, amante del varietà, è anche ideatore e curatore dei siti MilanoVarieta.it e Kabarett.it.

Ciao Attilio, e grazie per averci concesso questa intervista!

Grazie a voi per avermi voluto vostro ospite!

La parola burlesque può essere riferita alla specifica cosiddetta ‘arte del teasing’, oppure al più generico varietà che include, oltre a quest’arte, anche altri numeri e routine diverse. Quando tu parli di burlesque e studi il burlesque come lo intendi principalmente?

Quando ho approcciato quest’arte performativa, più di dieci anni fa, l’ho subito intesa come parte di qualcosa di più ampio. Al tempo, in Italia, praticamente non c’erano burlesque show. Quindi ho conosciuto e approfondito la storia e la cultura di questo genere leggendo testi americani e inglesi, nonché guardando gli esempi provenienti dai rispettivi Paesi, con performer contemporanee che, nei loro numeri, non si limitano a esibirsi in uno striptease, ma usano sapientemente le tante arti legate al varietà. Per me il burlesque non è mai stato a sé stante.

 

Non è un caso che nel mio libro Burlesque: curve assassine, sorrisi di fuoco e piume di struzzo, già nel 2009 io abbia dedicato un intero capitolo al varietà italiano (dal café-chantant all’avanspettacolo) mettendone in luce i punti di contatto con il burlesque.
Allo stesso modo, in quegli spettacoli dei quali, oltre che conduttore, sono anche direttore artistico, inserisco il burlesque come parte del più corposo varietà.
E, per fugare ogni dubbio, il programma radiofonico in 40 puntate che ho ideato e condotto con Sara Cassinotti nella stagione 2015/2016 in un’emittente milanese e che prevedeva, tra gli ospiti intervistati di volta in volta, anche personaggi legati al burlesque, si chiamava proprio Radio Variété.
Quando anni fa venni chiamato come consulente nella fase di pre-produzione del talent show Lady Burlesque su Sky Uno, l’ideatore Giampiero Solari, da grande esperto, autore, regista e innovatore del varietà televisivo, si trovò d’accordo con questa mia concezione del burlesque. Fu lì che mi resi conto che stavo andando dalla parte giusta.

 

 

Pensi che ci sia differenza tra come il burlesque è percepito in Italia rispetto al resto d’Europa o negli States? Se sì, quali sono le ragioni di tale differenza?

In base alla mia esperienza, se non si parla di Dita von Teese (che resta il riferimento più conosciuto), la stragrande maggioranza del pubblico italiano considera ancora il burlesque come uno spogliarello più casto, ripulito e divertente di quello che si immagina possa essere nei night. Qualcosa che si può fare con qualche costume un po’ appariscente, un minimo di avvenenza, una dose di faccia tosta e improvvisazione. Quelli che ne hanno un’idea un po’ più concreta sono una minoranza, gli aficionado ancora meno. Naturalmente non intendo generalizzare su chi assiste a un burlesque show per la prima volta, magari per caso: se ci sono quelli che reagiscono dicendo “carino, ma cosa ci vuole?”, ci sono anche altri più attenti che capiscono che, dietro uno spettacolo di buon livello, c’è attenzione e preparazione. Ma mi sembra che, in linea di massima, questa sia la situazione. Anni fa, ai tempi dell’esplosione della moda in Italia, lavoravo soprattutto in locali in cui la maggior parte del pubblico era di appassionati; quindi, con uno show di buon livello, si vinceva facile. Ma oggi la sfida è rendere il pubblico mainstream cosciente che il burlesque è un’arte performativa che implica una preparazione, proprio come altre. Con il giusto impegno, ci si può riuscire. Certo, poi ci sono anche quelli che sminuirebbero persino Michelle L’Amour, ma si tratta di casi limite di gente che è più impegnata a scorrere Facebook sullo smartphone che a guardare cosa accade sul palco.

 

Ho avuto modo di chiedere a tante donne come si sono avvicinate al burlesque e come sono diventate performer; tu, invece, come hai conosciuto quest’arte, come ti ci sei avvicinato e come sei diventato uno studioso, storico, organizzatore e presentatore di spettacoli di burlesque?

Ho la fortuna di aver avuto dei genitori sensibili alle arti, anche a quelle legate all’intrattenimento. Con loro vedevo cose molto stimolanti, dal teatro di figura all’operetta, alle commedie brillanti. Il primo varietà dal vivo lo vidi in Spagna negli anni ‘80, in un locale che proponeva la formula del dinner show, che al tempo in Italia era praticamente assente. Ne fui affascinato proprio perché da noi cose simili si vedevano solo in tv. Comunque fin da piccolo volevo fare il passo ulteriore: dalla platea al palco. Partii dal teatro ragazzi a metà anni ‘80 e proseguii fino a intraprendere un percorso di teatro sociale all’università. Laurearmi al DAMS mi ha permesso l’approfondimento sulla storia e la cultura delle varie arti dello spettacolo e, al contempo, mi ha trasmesso il gusto per la ricerca. In quell’epoca scrissi per la rivista culturale dell’ateneo il mio primo articolo sul Kabarett tedesco, altra mia grande passione affine al varietà, poi sfociata della realizzazione del sito Kabarett.it.

Attilio Reinhardt (ph Alessia Battaglia, courtesy of Maison Milano)

In questa lunga premessa c’è già praticamente l’intera risposta! Manca solo un tassello: il giorno in cui lessi un articolo su Bettie Page. Le immagini la ritraevano al contempo sexy e divertente. Le parole la raccontavano come un mistero: al tempo non si avevano più notizie di lei da decenni, aprendo così la porta alle teorie tragiche come il suicidio, ma anche a quelle complottistiche, che la immaginavano eliminata dal governo americano per qualche insondabile motivo. Sta di fatto che il personaggio m’incuriosì e ne volli sapere di più. Con il risultato di scoprire il burlesque e tutto il resto. E quindi ne lessi, ne scrissi, cominciai a presentare e a organizzare. Il primo passo, nel 2006, fu la creazione del sito Burlesque.it. Poi, l’anno successivo, i primi spettacoli con Eve La Plume e una swing band. In seguito scrissi il libro di cui abbiamo già parlato e cominciai a calcare molti palchi in tutta Italia, diversi dei quali molto prestigiosi. Sono decisamente soddisfatto di come tutti questi progetti si siano moltiplicati ed evoluti.

 

 

Conosci molto bene il passato del burlesque, ma come immagini il suo futuro?

Difficile dirlo. Chi viveva il burlesque nella Golden Age, quando era dedicato al pubblico maschile, non avrebbe mai immaginato che decenni dopo sarebbe rinato e, con un meccanismo postmoderno, sarebbe stato ribaltato in uno show di segno praticamente opposto. L’unica cosa della quale ho certezza è che in Italia dobbiamo ancora trovare una nostra cifra. I tempi sicuramente non sono maturi perché tendiamo ancora ai riferimenti anglo-americani. E ci sono ancora performer convinte che si riduca tutto al reggicalze, al bustino, al cappellino sulle ventitré, a Fever e a The Stripper. Ma le cose mi sembrano comunque andare meglio, rispetto ciò che io stesso pensavo fino a pochi anni fa. Rimbocchiamoci le maniche, tutti.

Attilio Reinhardt (ph Simone Gasparo, courtesy of Maison Milano)

Sei molto coinvolto, e da molti anni, in questo mondo. A quali tua necessità ha dato risposta il burlesque?

Innanzitutto al desiderio di fare quel tipo di varietà di cui m’innamorai in Spagna: divertente, spettacolare, sexy, elegante. Se non fosse arrivato il burlesque, in Italia non sarebbe stato possibile riproporre in chiave contemporanea la formula di un intrattenimento dal vivo che a metà del secolo scorso era ancora popolare anche da noi. E probabilmente quest’anno non avrei avuto lo stimolo giusto per pubblicare un progetto editoriale come MilanoVarieta.it, che ha destato grande interesse. A riprova di ciò, lo spettacolo generato dal progetto (Novecento Varietà, in scena a gennaio 2018, con il sottoscritto e L’Anomalia – Il Quartetto) è stato accolto dal Comune di Milano nel palinsesto della sua iniziativa Novecento Italiano.

 

Nel burlesque convivono l’immagine da diva tutta europea e quella della pin-up tipicamente americana, due forme di donna profondamente diverse: com’è possibile a tuo giudizio?

Sì, ci sono queste due tipologie, ma ce ne sono anche molte altre: il burlesque è pieno di sfumature. E credo che questo sia possibile soprattutto perché le artiste coinvolte hanno una piena autonomia sulla scelta del riferimento, della tipologia di donna da interpretare. Se fosse ancora l’uomo a scegliere, i modelli sarebbero soprattutto quei tre, quattro stereotipi di sempre. Ma solo la donna ha coscienza delle proprie, tante sfaccettature.

C’è qualche cosa nel burlesque che proprio non ti piace?

L’eccesso di volgarità. È giusto che ci sia, ma nella misura e nel contesto adeguati. E solo alcune persone possono permettersela. Faccio un esempio: ho sempre faticato ad accettare il classicissimo gesto della fellatio con guanto. Comprendo il fatto che sia preso dal passato, che diventi quasi un riferimento colto. Ma l’ho sempre trovato gratuito. Eppure c’è questa performer italiana, che apprezzo moltissimo come artista e professionista, che si spinge ben più in là ma senza mai arrivare a essere volgare. Probabilmente non ci riuscirebbe nemmeno se ci tentasse.

Dirty Martini e Attilio Reinhardt al Milan Burlesque Award 2013 (ph Agnès Weber, courtesy of Les Vedettes)

Cosa consigli a chi vuole approcciare allo studio teorico e storico di questa disciplina?

Consiglio di tenere sempre a mente che il passato è fondamentale. Ci dice moltissimo, ci dà stimoli. Ci fa capire che difficilmente inventeremo qualcosa di nuovo, ma che se sapremo guardare a chi è venuto prima di noi con la giusta consapevolezza, saremo in grado di dare il nostro originale contributo al genere. Per questo ho iniziato a proporre ai corsi e alle scuole di burlesque la mia masterclass “Il Burlesque: storia, cultura e personaggi di un’arte maliziosa”.  In questa metto a disposizione la mia conoscenza come ricercatore e storico dell’argomento. Ma anche la mia esperienza come entertainer: in 10 anni ho condiviso il palco con artiste straordinarie da tutto il mondo, tra le quali 5 Miss Exotic World, e ho avuto modo di verificare che la conoscenza storica è determinante anche a livello artistico, sul palco. Per una performer il passato è d’ispirazione, conoscerlo permette di elevarsi rispetto allo standard, e molte allieve dei corsi, aspiranti burlesquer, lo stanno capendo. Non è un caso, se mi è stato chiesto da più parti di realizzare anche un livello avanzato di questa masterclass. E infatti il secondo modulo debutterà a breve. Iniziare a fare burlesque è come trovarsi improvvisamente in mezzo a una strada sconosciuta: solo guardando cosa c’è dietro di noi sapremo affrontare al meglio ciò che c’è davanti.

Attilio Reinhardt durante una masterclass (ph Francesco Bonaccorso)

Grazie!

Grazie a voi di avermi permesso di blaterare un po’!

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