Rita Lynch: la diva della porta accanto

di Paolo Bianchi

Rita Lynch è la diva della porta accanto, eppure la sua esperienza artistica internazionale è tra le più significative in Italia: in quanto non si limita a sporadiche apparizioni, ma a rappresentazioni stabili di tante e tante repliche in giro per il mondo tra Stati Uniti, Germania e Giappone. Il burlesque è solo una parte del suo complesso e colmo bagaglio artistico. Ci siamo presi un tè insieme e ho avuto la fortuna di conoscere la sua storia, la sua idea sull’arte e sul burlesque, la sua intelligente cortesia e la leggera timidezza, tipica dell’artista.

Rita, molte performer ci tengono a definirsi appunto burlesque performer. In te, al contrario, mi colpisce che tu preferisca definirti anzitutto un’artista, un’attrice, che si presta anche al burlesque. Ti senti diversa dalle altre in questo?

E’ così, ed è dovuto in parte al percorso col quale sono arrivata al burlesque. Ho iniziato da giovanissima, ai tempi della scuola, a recitare e quello fu il mio primo amore insieme al canto. Il burlesque è qualcosa che è arrivato dopo e, per me, è stato un modo per calcare di nuovo il palcoscenico, in maniera diversa. Col tempo ho compreso che solo il burlesque per me era diventato castrante.

Foto di Matthew Coleman

Molte parlano del burlesque come un approdo liberatorio, in te sembra quasi essere il contrario.

Dipende dalla personalità artistica che si ha. A me piace fare tutto, perché devo fare solo una cosa? Poi sai, le persone crescono e il personaggio che ti crei cresce con te. Non credo alle persone che ci tengono a dire “io sono così, sono sempre rimasta così”: mi chiedo perché. Il bello del palco (ma anche della vita in generale) è che ci permette di fare tutto. Non è possibile rimanere sempre uguali a se stessi, se un attore non crescesse mai non avremmo premi Oscar e non si nasce premi Oscar.
Io sono entrata in accademia di recitazione dopo aver iniziato col burlesque: ampliando le mie conoscenze e le mie capacità mi sono resa conto che prima mi sentivo come un cavallo in un recito di quattro metri per quattro.

Quando ti dico burlesque, a te cosa arriva? Che significa per te questa parola?

Per me è un’arte performativa, nel senso di performance. Una performance comunica qualcosa. Sarà perché per me è impensabile salire su un palco e non comunicare. Un attore non può non comunicare qualcosa. Se Marina Abramovic – che pure non amo particolarmente – può stare seduta ore e ore su una sedia, guardare in faccia una persona e comunicare qualcosa, perché una performer di burlesque non può essere la stessa cosa?

Foto di Matthew Coleman

Per te la definizione di burlesque quale arte del teasing è limitativa?

Credo sia abbastanza limitativa. Adesso non siamo più negli anni ’50. Nella maggior parte dei casi il modello di burlesque a cui si fa riferimento è quello americano di quegli anni: il pubblico era maschile e la componente erotica (con sottili ma chiari riferimenti sessuali) era molto presente. Oggi il pubblico è per la maggior parte femminile e per quanto la componente erotica sia sempre presente non ha più lo stesso valore: l’attenzione è spostata verso la donna, verso una ritrovata (o ricercata) consapevolezza corporea, ma non solo.

Come e quando hai scelto di aggiungere al tuo bagaglio artistico anche le performance di burlesque?

Mi sono ritrovata nel mondo del burlesque un po’ per sbaglio e un po’ per gioco. Io venivo dal modeling: avevo iniziato come modella pin-up, un po’ per la mia passione verso la Hollywood degli anni d’oro e un po’ per il mio tipo di bellezza non modernissima. Attraverso questa strada entrai a far parte del talent Lady Burlesque di SKY, nel 2011, ma ero molto giovane e con pochissima esperienza, tutte cose che non aiutano soprattutto in un contenitore televisivo. Cosi finito il talent mi sono fatta un esamino di coscienza e mi sono detta: ok! Mi piace questa cosa, ma, come si fa? Chi sono io? Che cosa voglio essere? E così piano piano mi sono messa a lavorare su di me e sul mio personaggio. Perché al di là di quello che si possa pensare e per quanto di tuo ci possa essere, il palco è finzione, sempre e comunque.

Hai iniziato presto la gavetta?

Ho fatto tanta gavetta nella mia vita e non l’ho mai nascosto. Non soltanto in ambito artistico: ho iniziato a lavorare da giovanissima per cercare la mia indipendenza, facevo la cameriera in una pizzeria del mio paese. Era un lavoretto estivo, ma quando inizi a essere un minimo indipendente poi ci prendi gusto, e così continuai anche nel periodo scolastico. Il lavoro non so se nobilita l’uomo, ma sicuramente lo rende più concreto: non mi sono mai tirata indietro quando si trattava di lavorare, che si parlasse di animazione in un villaggio turistico oppure di vendere pannelli fotovoltaici.

Foto di Matthew Coleman

Poi sei venuta a Roma…

Sono grata dell’essere cresciuta in provincia, perché lì la vita ha un peso diverso, ma sicuramente il tipo di cammino che volevo intraprendere non coincideva con il rimanere nel mio paese. Roma mi ha permesso di studiare, di lavorare con tante persone diverse da me e soprattutto, nella stragrande maggioranza dei casi, di imparare da loro.

L’Europa, come artista, l’hai girata molto. Hai sempre portato il burlesque?

La mia è più una contaminazione. Per questo preferisco definirmi una performer più in generale, piuttosto che una performer di burlesque. Nell’ultimo spettacolo che ho fatto a Stoccarda ballavo, cantavo, recitavo, ri-ballavo, ri-cantavo, ri-recitavo… (ndr. ride) e in questo era compreso anche il burlesque. Forse è un po’ questo che in Italia ancora manca: il burlesque non dovrebbe essere il perno centrale attorno al quale gira tutto, ma un complemento, quel “qualcosa in più”. Ad esempio a Londra, dove il Burlesque è molto più radicato, ci sono moltissimi spettacoli che hanno contribuito alla sua popolarità, come il Caffè de Paris, ma dove ora lo si ritrova come un elemento facente parte di uno show più complesso e ben strutturato. Il troppo storpia.

E’ vero che fuori dal palco non si deve essere dive, ma è bello vedervi dive sul palco!

Assolutamente! Quello che dico alle ragazze allieve dei miei workshop è che sul palcoscenico dev’essere tutto grande. Tutto di più! Anche l’ultimo spettatore in piccionaia deve vedere quello che fai. L’essere diva? Stessa cosa: sul palco dev’essere evidente. Ma attenzione, la “diva” non è per forza solo Dita von Teese, anche Dirty Martini lo è: diva significa essere protagonista. Quando insegno dico spesso che si hanno trenta secondi, a volte anche meno, per far capire alle persone che cosa si sta facendo: se non si riesce, l’attenzione cala. Il burlesque non è uno spettacolo teatrale della durata di un’ora, ma uno show di cinque minuti: quei trenta secondi in percentuale sono veramente tanti. Il resto in realtà lo fa l’educazione: ci si può sentire dive quanto si vuole, ma senza un “grazie” e un “per piacere” non si è nessuno.

Foto di Matthew Coleman

Chi ti ha insegnato queste cose?

Ciò che so è il risultato di tanta curiosità e in un secondo momento dell’accademia di recitazione e del musical. Credo che uno dei fondamenti della vita sia la curiosità: è la curiosità ci spinge a voler conoscere sempre cose nuove. E nell’arte ancor di più: bisogna conoscere un po’ di tutto per poter poi compiere delle scelte che contribuiscono a ciò che siamo. Un po’ come nella recitazione: bisogna saper sostenere la voce quando si è a teatro e minimizzare i movimenti quando si è difronte a una macchina da presa, ma la tecnica, alla fine, è una.

Oltre a questo avrai guardato a qualcuna? A chi in particolare?

Vecchi video come ad esempio quelli che si trovano in rete di Sally Rand, Bettie Page, Tempest Storm, sono molto utili per avere un’idea da cui partire: i classici sono alla base, poi si deve aggiungere la famosa farina del proprio sacco. Anche quando faccio lezione, ciò che insegno non è come cammino o come gesticolo io, bensì dei principi di meccanica: spiego a livello fisico cosa accade nel corpo o cosa si deve fare per creare un determinato movimento. Questa è la base, la parte neutra da cui partire: sarai poi tu a conferire delle particolari sfumature al tuo personaggio che sono solo tue. Tutto ormai è già stato fatto, non c’è nulla di nuovo, bisogna quindi puntare sulla propria personalità.

Foto di Matthew Coleman

 

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